È concepibile che nella generazione di artisti della prima metà del diciannovesimo secolo, si stesse creando una specie di stanchezza verso l’obbligatorietà di un classicismo ormai vuoto, che richiedeva regole rigidamente definite e che non lasciavano nessuno spazio alla fantasia e alla libertà; ne fu certamente facile, l’ambiente sociale, non si era pronti al accettare un movimento di rottura e di rinnovamento.
Molti artisti cercavano percorsi innovativi e tecniche nuove, ma pochi furono coloro che hanno superato la sfida.
Personalmente lo definirei un pittore neo-realista, mai travolto dalle nuove e rivoluzionarie tendenze che invadevano l’europa intera, ne ha accettato i dogmi accademici del passato, si può definire un artista libero in “plein-air”, non solo nei paesaggi, ma anche quando i soggetti sono nature morte, figure, ecc…
Pittore dalla severa dignità, pessimista verso una società ingiusta e ottusa, all’artista non resta che lo spazio consolatorio e sublime dell’arte, che identifica nella sfera privata, soggettiva dell’amore e dei sentimenti.
Mai attratto dalle nuove avanguardie della “sezession-stil” ne dalla ondata post-impressionista francese, anche se in alcune tele traspare l’influenza, il suo linguaggio confluirà verso il consolidato terreno, dove passato e presente tornano a scorrere insieme.
Negli anno 20-30 raggiunge una descrizione pittorica degli “stati d’animo” da renderli quasi toccabili, trasmessi direttamente dai ritratti e autoritratti, mentre nei paesaggi o nature morte mette in risalto la sua maturità artistica.
Qui siamo dinanzi alla “pittura pura” come proposta perenne, ecco la natura dell’acqua, degli alberi, degli oggetti e delle figure; attinge solo a quei temi che impersonificano la verità, i sentimenti e gli affetti.
Ora vi lascio all’incontro con le sue opere.
Arnaldo Pellizzari